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20/03/2016 - 06:42:39

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IL MESSAGGIO IN BOTTIGLIA DI MICHELE SURIANA RICOSTRUISCE UNO SPACCATO DI VITA DEGLI ANNI CINUQUANTA

Lettera aperta ad un pidocchio, insetto che ha rappresentato un elemento di aggregazione sentimentale e di crescita economica.


Il messaggio in bottiglia di Michele Suriana ricostruisce uno spaccato di vita degli anni cinuquanta Gentile redazione,
Che senso ha fare a gara per raccogliere più “mi piace” su una foto “postata”  o pubblicare un video nella speranza che diventi “virale”, manco fosse una epidemia? Che senso ha fotografarsi con un delfino moribondo o essere ripresi mentre si prende il bagno indifferenti della presenza di un cadavere a pochi metri di distanza. Qual è lo spessore percettivo che separa la realtà vera da quella virtuale ? Perché i programmi televisivi non trattano del crescente impatto che cellulari e tablet hanno sulla nostra vita e soprattutto sull’educazione dei nostri figli? Perché il nostro condizionamento è tale da non poter resistere a rispondere a una chiamata o a un messaggio anche quando questo può essere pericoloso per noi o per gli altri? Perché  i volantini illustrati che troviamo nella buca delle lettere in maggioranza riguardano offerte su smart-tv, PC, tablet e telefonini ? Chiediamo o concediamo l’amicizia per continuare a star da soli? Lancio attraverso il vostro giornale un messaggio in bottiglia. So di avere scarse possibilità di risposta. Ci provo. Chissà ! Una buona giornata.                                                        
Cordialmente                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  Michele Suriana
 
Carissimo Pidocchio !
      dove sei? Come stai? Hai fatto perdere le tue tracce. Come sta la tua numerosa famiglia? Certamente  si sarà arricchita di tanti nipotini! Gli anni passano e tu ed io ci siamo un po’ imbiancati. Capisco il tuo atteggiamento giacché, durante la tua permanenza fra noi, hai subìto feroci persecuzioni. Non me ne volere, ma penso ai  tempi andati con una vena di nostalgia. Come ricorderai alla fine degli anni ‘50 noi umani vivevamo con poco, non sapevamo di spread, di spending review o di bail in. Un unico armadio conteneva agevolmente gli indumenti di una famiglia e nel comò c’era tutta la biancheria, mutande lunghe e maglie di lana comprese. Eppure tu, riflettendoci bene, hai rappresentato un elemento di aggregazione sentimentale e di crescita economica. Come? Bastavano ingenue grattatine di testa a scuola o all’asilo per mettere in apprensione gli insegnanti che con mani esperte, compivano le prime ricognizioni fra i capelli degli alunni. Nel dubbio dettavano diplomatici messaggi per far eseguire a casa più approfondite indagini sulla tua eventuale presenza. Dov’è lo sviluppo sentimental-economico ? Ti spiego e inizio da quello sentimentale.

Ricordo, ancora scolaro, di quando le mamme chiamavano i figli per farli rientrare a casa  mentre giocavano per strada (cat’nelli, f’rretti, mucci, carrozzu ecc.). Iniziava così la mobilitazione contro di te e i tuoi simili. Sedevo su una sediolina di vimini per appoggiare il capo sulle ginocchia di mia madre che, con l’ausilio del pettine stretto, ispezionava capelli e cute centimetro per centimetro. Durante l’esplorazione mi raccontava un cuntu per farmi stare fermo e buono. Ricordo la sua voce calma che illustrava storie di tesori nascosti nelle contrade di Piazza e delle strane creature che li proteggevano. Ricordo con commozione la sua camicetta che odorava di TIDE - il detersivo che fa la differenza -  mio preferito perché regalava i pupazzetti della Disney e la sua pelle che profumava di ZIGNAGO - il sapone italiano di bellezza. Spesso intervenivo con domande sui luoghi e sui personaggi protagonisti du cuntu rafforzando inconsapevolmente un legame sentimentale che non mi abbandonerà più. Talvolta la stessa operazione, con medesime modalità, veniva compiuta da mia nonna, più paziente  e articolata nelle risposte e con un menù più ricco di cunti. Stesso odore della camicetta ma diverso profumo della pelle. Lei usava le saponette CAMAY.

Se la ricerca aveva esito positivo u cuntu si interrompeva. Mia madre comprava in farmacia una boccetta di liquido giallastro, oppure na buttiga d Conti, il più comunemente utilizzato petrolio (avete letto bene). Seconda puntata du cuntu, testa ferma e frizione con il liquido fetente fino a quando la cute  assumeva un colore decisamente paonazzo e i capelli una tinta bruno catrame. Dopo una trentina di minuti, lavaggio e asciugatura. Ricordo le mie schermaglie per evitare il trattamento e i discorsi persuasivi che ricevevo perché  comprendessi la bontà della puzza e del bruciore che avrei dovuto sopportare per liberarmi di te e dei tuoi parenti. L’ unione delle forze contro la tua stirpe sortiva l’ effetto collaterale di riunire dialetticamente  le famiglie che  in “seduta congiunta” a pranzo e a cena  si aggiornavano sui risultati ottenuti. Le mamme mentre stendevano i panni, da balcone a balcone o da porta a porta (Bruno Vespa non ha inventato niente) si scambiavano sicuri rimedi, capaci di effetti immediati. Passo agli aspetti economici. La fase successiva toccava ai padri che conducevano i rispettivi pargoli  dai propri barbieri che ben apprezzavano l’inaspettato super lavoro.

La precisa disposizione : ” r’munnamu st carusu… e… facem’li curti, m raccumannu” era comune a tutti  insieme all’amor proprio che scattava immediato  se il barbiere  si arrischiava a domandare “ ma chi si p’gghià ?” (i pidocchi). La risposta piccata era del tipo : “ ’nca qual, me figghiu nan sa p’gghiatu nent. Ci fazzu tagghiar p s’curizza acussì par puru chiù pulitu! La ricerca di superstiti, anche dopu a r’munnata , continuava ad intervalli regolari con possibili applicazioni di liquido infame. Oltre i barbieri beneficiavano della tua presenza anche le ditte di disinfestazione che puntualmente venivano chiamate per disinfestare gli ambienti scolastici. In quei giorni  le scuole rimanevano chiuse e i bambini animavano le strade e le salsamenterie che registravano un incremento di vendite (oggi si dice così) di mafalde e panini cu a mortadella, cu formagginu a burru o cu sgombru all’ogghiu ch sculava ‘nchiappannu i manu, i man’chi du golfu e u coddu da cammisa. (a r’vata ‘ncasa er’nu l’gnati s’curi). Se la temperatura e le magre finanze lo permettevano cu dec liri  si poteva comprare un cono gelato ‘n Bif’ra (a gelateria s’truvava in Piazza Garibaldi v’cinu a Valentinu ch v’nniva i giocattuli). Non ho finito. Risentivano del beneficio, anche se in tono minore, i negozi di tessuti perché i maschietti avendo più tempo per giocare cu carrozzu o cu i cartuni macc’ddav’nu i pantaluni obbligando le mamme a doverne confezionare di nuovi. Tutti parlavano con tutti. L’intromissione nei fatti altrui era  largamente praticata, in compenso ci si aiutava vicendevolmente.                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Ti dirò, oggi bambini, ragazzi e adulti sono letteralmente ipnotizzati da vitrei monocoli chiamati smatphone o tablet al punto da trasmettersi messaggi anche da stanza a stanza. Nessuno parla più con nessuno. Ovunque si odono motivetti di suonerie e avvisi di notifiche. Si digitano, postano e condividono, assumendo talvolta contorsionistiche posizioni, filmati, foto e  fatti personali, anche i più intimi. Questa sorta di neo edonismo alimenta e crea una  realtà fittizia che di reale ha solo la solitudine, il protagonismo e il vuoto di valori che in alcuni casi, porta a progettare fatti criminosi e a non considerarli veramente tali se non dopo averli compiuti. U curticchiu c’è sempre, molto più allargato, dove però l’aiuto reciproco non è previsto. Piuggètt  r’torna insieme ai tuoi numerosi parenti. Ti prego ! Nel rispetto dei ruoli, ti faremo la guerra come ai vecchi tempi. Ma senza accanimento. Sono certo che, in questo periodo di crisi economica e di identità, attraverso gli ambienti virtuali di comunicazione[1] che immediatamente si attiveranno, scoprirai certamente tanti sodali alleati 1 che scriveranno del tuo ritorno. Per mandarti via però lo smartphone non basta. Grazie a te potremo recuperare le  vecchie abitudini di parlare in famiglia guardandoci in faccia. Magari senza il pettine stretto e il petrolio. Ma si, che importa! Pazienza se dovremo accantonare cellulari e tablet e non potremo  sperimentare che effetto fa perpetrare una rapina o ammazzare un altro essere umano. Correremo il rischio di ritornare ad avere amici veri, reali, a distanza di abbraccio con i quali poter condividere sonore discussioni, semplici emozioni o scroscianti risate che la vita di ogni giorno ci offre. Fammi sapere.                                         Adesso debbo proprio lasciarti perché, sarà la suggestione, ma av d quann cum’nciai a scriv sta litt’ra ch m stè grattannu .  A presto                      

Michele Suriana



 

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