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25/05/2016 - 08:29:19

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“QUA LA MANO”. UN'INTERVISTA IMPROBABILE DI MICHELE SURIANA

l tema dominante' insieme al richiamo politico/sociale' continua ad essere il futuro dei nostri giovani e conseguentemente della nostra città.


“Qua la mano”.  Un'intervista improbabile di Michele Suriana

Io - Salve, mai avrei immaginato di poter intervistare una mano. Ho accettato la sua incredibile proposta con estrema curiosità e le domando prima di tutto: come ha fatto a scriverla non avendo occhi ?

Mano – Buongiorno. La risposta è semplice : ho impostato la tastiera di un tablet  evoluto che emette un suono/ vibrazione diverso per ciascuna lettera. Le mani sono gli occhi dei ciechi o no ?
Io - Più che il tablet, quella evoluta mi sembra lei. Passo al primo quesito: come fa a comunicare e come può agire autonomamente dal suo, diciamo, “proprietario” e poi, ancora, chi è o chi è stato ?

Mano - Calma. Rispondo a tutto ma in senso inverso. Il mio per così dire proprietario, a cui ero “molto attaccata”, è stato  Diodoro, nato ad Agiryum (odierna Agira) 90 anni prima dell’era cristiana. Comunico con lei semplicemente perché percepisco le sue domande e, come può notare,  scrivo le risposte. 
Io - Ha visto e vissuto praticamente i fatti degli ultimi 2000 anni ?

Mano - Consideri che la mia sfera sensoriale è limitata. Ho voluto questa intervista solo per onestà morale verso i miei collaboratori: le dita, verso le quali sento un debito di gratitudine. Hanno distintamente un loro carattere e personalità. Inizierò con il pollice, un antagonista nato. Tarchiato, forte, senza di lui avrei fatto poco. Cocciuto, più che deciso a non mollare la presa e particolarmente generoso. Altro discorso per l’indice. Di morale controversa, capace sia di scoccare un dardo mortale come di dirigersi verso qualcuno in senso accusatorio, di ergersi verso l’alto durante una infuocata requisitoria o un appassionata tesi filosofica. Insostituibile con il pollice e il medio per poter  scrivere. Io ne so qualcosa. Diodoro, è bene ricordarlo, scrisse la Bibliotheca Historica: un’ opera, per i suoi tempi, veramente mastodontica. L’indice è anche capace di effettuare all’interno di  vari orifizi lunghe esplorazioni ed estrazioni decisamente imbarazzanti. La sua personalità ambigua è simile a quella di alcuni personaggi che abbinano la fama di sapienza e altruismo alla sete di potere, intrighi e malaffare. 

Io - Possiamo dire che Diodoro produsse un grande concentrato dei fatti, dalla preistoria alle campagne militari di Cesare, raccogliendo scritti altrui per metterli in bella forma e pubblicarli come opera propria ?
Mano - Le ricordo che l’intervista l’ho voluta io e riguarda me. Comunque dei quaranta libri iniziali ben pochi hanno superato l’assalto distruttivo del tempo. Da questi si può facilmente desumere che Diodoro ha raccolto effettivamente il contenuto di molti scritti . Li ha ricomposti organicamente in un’ unica opera, permettendo agli studiosi vissuti dopo di lui, di apprendere accadimenti storici altrimenti perduti.  Viaggiò parecchio in Europa e in Africa, Egitto compreso.  Proprio in Egitto, durante una calda notte, Diodoro mi ordinò di scagliare un sasso verso un gatto che, poco distante l’uscio, lo infastidiva con i suoi lamenti. Io eseguii l’ordine con una precisione tale che il povero gatto stramazzò a terra morto. Diodoro fu sorpreso dal tragico epilogo e sapendo della venerazione che gli egiziani avevano per i gatti, fece velocemente fagotto e abbandonò la città per sottrarsi alle feroci ritorsioni della popolazione. 

Io – Scusi, ma dal momento che anche io posseggo le dita e delle quali credo di conoscerne il comportamento, vorrei spostare il nostro dialogo sulla vita di Diodoro del quale si sa veramente poco.
Mano – Mentalità moderna la sua non c’è che dire. Tutto e subito. Continuerò invece con le dita e capirà. Vengo al dito medio : deciso di carattere e fisicamente robusto. Non particolarmente intelligente, ma sempre pronto ad aiutare gli altri e a sobbarcarsi, quando serve, il peso maggiore. Potremmo associarlo a certi umani corpulenti o di mente miope che ritengono si possa risolvere tutto con la forza. Peccato che abbia acquistato notorietà da quando viene mostrato ritto da solo come simbolo di sfregio e di sberleffo. Passo all’anulare, sottile e nobile per definizione. Pronto ad aiutare le altre dita e a cingersi del simbolo di un patto: l’anello, appunto. Diodoro comunque non ne indossò mai. Affermava che i patti e i sentimenti si mantengono e si dimostrano con le azioni di ogni giorno, non con simboli che non li garantiscono. Altri tempi. Oggi mi pare che si tende a privilegiare maggiormente l’esteriorità, l’apparire, il non essere. Basta osservare la durata degli accordi politici o delle unioni sentimentali. 

Io - Va bene , consideri però che i tempi cambiano con l’evoluzione culturale e tecnologica. Se siamo d’accordo sorvolerei sull’apporto del mignolo. Desidero invece sapere sul rapporto che il suo proprietario aveva con lei e quindi con le dita.
Mano – Concludo: il mignolo è il dito più piccolo, il più debole e anche il meno considerato. Ugualmente concorre, al pari degli altri, ad afferrare e trattenere gli oggetti. Se non ci fosse, se ne sentirebbe la mancanza. Tutte comunque fanno affidamento a me, che occupo una posizione intermedia tra la mente che determina un’azione e loro che la eseguono. Se è vero che da sola non potrei reggere, prendere o stringere alcunché, è altrettanto vero che loro possono muoversi solo se unite a me che fornisco una solida base d’appoggio  e un nutrimento continuo.

Io - Anche qui mi sembra di scorgere una metafora che richiama l’organizzazione di una società civile.
Mano – Infatti se paragoniamo la mia funzione ad uno stato moderno possiamo desumere che i cittadini se, come le dita, non hanno la possibilità opporsi alle leggi, è altrettanto vero che debbono  essere in condizioni di rispettarle. Ritornando alle dita, anche loro protestano se le cose non vanno. Diventano sbadate, disattente, aumentano il rischio di procurarsi ferite o infreddature con conseguenti dolori articolari che ne limitano o annullano temporaneamente la funzionalità. È mia cura quindi prevenire e risolvere i  problemi per evitare il rischio di temporanee paralisi. Debbo  coinvolgerle attivamente affinché possano operare secondo la loro capacità e  conformazione,  con identico scopo  a vantaggio di tutto il corpo.

Io - Chiaro, sono perfettamente d’accordo. Passo ora alla domanda più importante, almeno per me. Mi riferisco alla morte. Il suo proprietario l’ha affrontata molti anni fa e con lui anche lei. Cosa si prova ?
Mano – E’ una domanda che mi aspettavo. Potrei rispondere : morte uguale inconsapevolezza del dopo o consapevole distacco dal presente. E sì, perché bisogna distinguere fra la morte con gli occhi aperti e quella con gli occhi chiusi.

Io -  Credo di non aver capito granché. Può spiegarsi meglio ?
Mano – La morte che notoriamente si teme è quella con gli occhi chiusi. L’altra, con gli occhi aperti, sopraggiunge quando si decide di rinunciare a vivere per qualcosa o per qualcuno, di lottare per un ideale, di non avere più  passioni. Colpisce gli adulti, indipendentemente dal loro ceto culturale e si ripercuote in particolare sui giovani. I meno forti , in mancanza di un valido sostegno familiare e sociale, si avviliscono, si accontentano e si avviamo verso una vita monotona. I più intraprendenti entrano nel vortice centrifugo che  li spinge a cimentarsi altrove e ad abbandonare irreversibilmente la terra d’origine. Nessuno così si occupa seriamente del cambiamento e del futuro che costruisce per le generazioni future.

Io – Vero. Ciascuno di noi  eredita il mondo che trova e lascia il mondo che è stato in grado di modificare. Ma come si riconoscono, per così dire i sintomi della morte  per rinuncia?
Mano - Sicuramente dallo stile di vita. Comunque la spia  più evidente è l’uso dell’avverbio “ormai!“. Chi ha deciso di farla finita lo ripete spesso con tono rassegnato, mentre sottolinea  i lati negativi  dei fatti che vive lamentando l’assenza di qualsiasi luce di speranza. 

Io –  Assodato che conviene vivere in tutti i sensi, almeno finché si può. Dell’altra fine  che mi scrive ?
Mano - Diodoro e i suoi coetanei vivevano meno e con meno (mi permetta il gioco di parole). Meno stimoli e cognizioni provocano meno spunti sui quali soffermarsi. Mi spiego meglio, non che a quei tempi  pensavano poco, mancava semplicemente il retaggio di oltre duemila anni di speculazione filosofica e di conoscenze scientifiche che avete voi. Vengo dunque alla sua domanda. Se lei non ha più un oggetto avverte dolore ?

Io - No,  se l’ho smarrito ed era un oggetto caro, proverò al massimo dispiacere.
Mano - La morte è la medesima cosa. Provoca un cambiamento di stato. Si è in un’altra dimensione che non é quella della vita. Non è un male in se. In realtà più che il dopo, si teme  il come si arriva alla morte. Con serenità, con violenza, con sofferenza, improvvisamente. Parliamo sempre del prima. Il dopo è qualcosa di diverso, non connesso con le nostre esperienze sensoriali. Non descrivibile perché non comprensibile, semplicemente diverso. Basta pensare a dove si era prima della nascita. La famosa locuzione : “quia pulvis es et in pulverem reverteris” ( …che polvere sei e polvere ritornerai) richiama in senso ansiogeno  e intimidatorio il concetto di ciclica metamorfosi, che non annulla la nostra essenza, ne modifica la destinazione e basta. La vita ci riserva novità che, ogni giorno,  val la pena di scoprire. E’ un percorso straordinario che non va mai interrotto intenzionalmente, dove, anche gli episodi più negativi trovano sempre una giustificazione. Adesso devo proprio lasciarla. Il tempo a mia disposizione è veramente finito.

Io – Mi spiace perché avrei ancora tante domande da porgerle. Le confesso che le sue parole mi hanno tranquillizzato. La ringrazio e le chiedo, se possibile, un ultimo pensiero dall’alto della sua lunga esperienza .
Mano - Ognuno matura la propria che può condividere ma non scambiare, quindi più che un pensiero, le lascerò una sensazione. Ho ricevuto ordini per compiere azioni: utili, buone o riprovevoli. Le ho sempre eseguite senza discutere, ma la sensazione più intensa e dolce che ho provato è quando mi è stato ordinato di dare una carezza. Un semplice atto di affetto che produce benessere a chi la da e maggiormente a chi la riceve. Sicuramente piace ai bambini, di più agli adulti e agli anziani perché non se l’aspettano. Buona fortuna.

Io – Anche a lei, grazie. Addio

Michele Suriana



 

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