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09/06/2016 - 09:17:16

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DALLA CINA CON FURORE

Dallo sport ai centri commerciali la presenza cinese č sempre pių presente in Italia


Dalla Cina con furore
Un vecchio film degli anni ottanta, che noi tutti abbiamo visto e rivisto anche in tempi recenti, “Dalla Cina con furore”, riempì le sale cinematografiche, divulgando nel mondo uno strano metodo di combattimento, mix tra kung fu e l'odierno tai chi. Protagonista era Bruce Lee, Chen nel film. Sono passati numerosi lustri da allora e l'invasione vera da quel continente é in piena evoluzione. Due squadre di calcio acquistate, tra le più importanti del nostro campionato nazionale, interi quartieri acquisiti in tutte le più importanti città italiane, attività e centri commerciali rilevati. Generazioni intere di intelligenze, che per decenni hanno acquisito conoscenze e competenze in tutti i settori dell'economia, dell'industria, dell'artigianato, ora sono in grado di concorrere per assorbire sempre più vaste quote di mercato. Pacificamente, dalla Cina senza furore.

Come? Paga il governo cinese. Finanzia le attività di coloro i quali si trasferiscono oltre confine, nei Paesi europei ed extra europei, che poi incassano e raccolgono moneta straniera e la inviano in patria, facendo guadagnare le banche governative al cambio. Avete mai visto cinesi nei nostri istituti di credito? Mai. Veramente non se ne sono mai visti dal barbiere, dal salumaio, dal medico, dal becchino. Avete mai visto funerali di cinesi? E' una comunità chiusa e alquanto rigorosamente riservata, con regole loro, inacessibile ai profani. I centri massaggi li hanno inventati loro, noi, più pragmatici, i servizi aggiuntivi. Quello dei manufatti prodotti in Cina, del resto, é un tema affrontato più volte nel tempo per gli aspetti sociali, di rispetto delle norme afferenti al lavoro e di sicurezza della salute, salvo poi acquistare merce delle grandi multinazionali, delle griffe più rinomate, made in China ma etichettate da noi.

Al momento, però, ci sono problemi più impellenti che potrebbero attanagliarci. Un misconosciuto trattato internazionale, un segreto accordo per regolare lo scambio di merci, sottoscritto in silenzio tra oscuri tecnici governativi e le multinazionali e le loro lobby, potrebbero farci trovare sui banchi alimentari dei centri commerciali, dei nostri market di fiducia, generi di prima necessità e alimenti che da noi, in Italia, stando alle norme vigenti, non sarebbero ammessi. La notizia ufficiale, pubblicata da qualche sito informatico minore e sulla carta stampata solo da Io Donna, è stata documentata da Green Peace, che ha rivelato il testo segreto del negoziato conosciuto con la siglia Ttip, cioè Trattato Transatlantico sul commercio e gli investimenti.  
E così va l'Italia, dovremmo dire, non potendo più neanche cantare "Finchè la barca va". Un cantautore che non ho mai particolarmente amato, Francesco Guccini, caro invece al nostro guascone fiorentino, in una sua canzone ha scritto, "Non starò più a cercare parole che non trovo per dirti cose vecchie con il vestito nuovo". Gli ottanta euro? Una bufala, tanti li dovranno restituire all'INPS. In cambio, stiamo pagando medicine, analisi e accertamenti sanitari a prezzo pieno, e quello che è più grave anche le spese oncologiche.

Di fatto, 11 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi per i costi troppo esosi. Non c'é più il day hospital e dal pronto soccorso puoi ricoverarti solo se stai per morire. Per il resto, devi pagare tutto, con liste d'attesa inimagginabili. I prodotti alimentari della nostra terra? Al macero. Nei mercati ortofrutticoli siamo obbligati ad acquistare frutta dall'Algeria, Marocco, Tunisia, ora anche dal Sudamerica. La pressione fiscale? Non si può curare con la pillola. Lo sappiamo tutti, anche i nostri governanti, che da anni però ne discutono, ma non hanno voglia di affrontare il problema e trovare le soluzioni adeguate che negli altri Paesi europei hanno già applicato. Ridurre la pressione fiscale significherebbe ridurre il debito pubblico e, quindi, aumentare il reddito familiare, nonchè il PIL interno, rimettere in moto l'economia e il potere d'acquisto, incentivare alla spesa, consolidare crescita e benessere, adesso riservato a striminzite fasce gentilizie. La deflazione e la disoccupazione si combatte con atti amministrativi chiari e coraggiosi, svincolati dagli interessi di bottega dei banchieri e dei loschi manager e dei boiardi di stato. Liberalizziamo, per esempio, le public utilities e sburocratizziamo l'apparato pubblico.

Privatizziamo la gestione dei beni culturali. Nel primo caso, liberalizzando tutte le attività prima gestite direttamente, dai bilanci di tanti enti locali, comuni e regioni, si svincolerebbero risorse indirizzabili ad altre più proficue attività, mentre nel secondo caso, digitalizzando veramente e definitivamente la pubblica amministrazione, si accorcerebbero tempi e modalità esecutive, allineandosi con il resto d'Europa. Se la pressione fiscale troppo alta ha inesorabilmente ridotto il reddito delle famiglie e delle imprese, di contro, riducendo il fisco, il reddito familiare s'inpennerebbe nuovamente, le imprese stabilizzerebbero l'occupazione e tutti pagherebbero le tasse, come avviene nel resto del mondo.

Non é che noi italiani abbiamo propensioni diverse, conseguenza di genetica distonica? Lo capiscono anche le capre questo, ma i nostri governanti no. Del resto, ai tagli preferiscono le tagliate, magari quelle del senato a 3.50 euro. Da qualche decennio siamo in mano a voyers dell'edonismo moralistico più bieco, a politici che assomigliano più a imbonitori di piazza, a mistificatori che ci propinano perle di insignificanza. Pur con i dovuti distinguo, siamo amministrati, a tutti i livelli, da discussi personaggi da presepio domestico, da mister Bean senza profondità di pensiero, supportati da zazzeruti cronisti del niente che ci regalano sentenze immortali sul nulla, da conservare per i posteri tra la bigiotteria del pensiero. Siamo oramai impassibili a tutto questo, neanche ci indignamo più, supini e rassegnati come siamo. D'altronde, se il rinnovamento in Sicilia, dopo vent'anni, è Orlando a Palermo, Bianco a Catania e Micciché coordinatore di Forza Italia, cosa dovremmo aspettarci? Era meglio Chen con il suo grido di furore.    

Michelangelo Trebastoni



 

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