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24/01/2017 - 08:52:11

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I NUOVI INSEGNANTI E LA VERITA' POSTFATTUALE.

Che questa nuova veritÓ abbia prodotto delle storpiature appare evidente e che influenzi la vita quotidiana di tutti, soprattutto degli adolescenti , lo Ŕ altrettanto


I nuovi insegnanti e la verita' postfattuale. La verifica dei fatti, un immane compito che ricorda la battaglia biblica di Davide contro Golia. Da essa dipende la conoscenza e il sapere tramandato. Nel secolo scorso seppur tra mille difficoltà vinse Davide (il giornalista) che smascherò ogni tipo di falsità e si ritagliò il ruolo di arbitro della società liberal-democratica. Così Joseph Goebbels veniva sbeffeggiato e smascherato da George Orwell come Stalin da Alexander Solzenicyn in contesti storici a dir poco complicati. La stampa dunque assunse un valore fondamentale nelle social-democrazie occidentali e ne divenne il tratto distintivo. Questo valore fondante però sembra superato: nell'atto secondo a trionfare è Golia, allenato dalla postfaktisch, la verità post-fattuale.

«La vera sfida per il giornalismo inteso come arte e impresa sta nel portare la realtà dei fatti alle persone che sono state preda dei discorsi populisti di pancia e non sono forse neppure particolarmente interessate a conoscere la noiosa verità. Chiunque trovi il modo di rendere la realtà dei fatti accessibile e interessante in formato tabloid o di offrirla in pillole su Facebook e Youtube meriterebbe un premio Orwell» scrive il professore Timothy Garton Ash in un suo famoso saggio.  
Si cerca dunque un modo nuovo di raccontare la realtà, adatto alla tecnologia dei post e dei video proposti sui social. Tutto dev'essere diretto, avvincente e sensazionale; si deve catturare la curiosità visiva non intellettiva. Non serve la perizia e la cura dei racconti, semmai immagini forti e discorsi brevi. Non è necessario leggere tra le righe le acute interpretazioni di colui che scrive bisogna restare ammaliati dalle sensazioni.

Che questa nuova verità abbia prodotto delle storpiature appare evidente e che influenzi la vita quotidiana di tutti, soprattutto degli adolescenti , lo è altrettanto. Concordo con Zuckenberg quando dice che il ruolo di Facebook non è quello di essere l'arbitro della verità. Pertanto tale compito dev'essere affidato a ognuno di noi e alle istituzioni scolastiche che hanno il dovere di comprendere le nuove tecnologie, il loro uso e renderle fruibili e sicure per le nuove generazioni naturalmente più pronte a recepirne l'uso. Se il processo della tecnologia avanzata è inarrestabile, allora l'unica cosa da fare è indirizzare la nostra conoscenza, abituarci ai nuovi modi di comunicare, cambiare le nostre abitudini e i riferimenti culturali a cui siamo abituati. 
Le continue sollecitazioni a cui sono sottoposti i giovani impongono agli educatori l'adozione di nuovi schemi e se prima tutto veniva semplicisticamente riassunto nel rispetto delle regole, ora la necessità è quella di fornire ai discenti una struttura morale permeata su leggi universali e su concetti condivisi. 

L'agenzia educativa per eccellenza, la scuola pubblica, sembra ancorata a principi obsoleti; si costringono i giovani a star seduti in aule, lontani dal loro mondo digitale i ragazzi si chiedono: «perché non posso fare ciò che voglio?». Finita la scuola, un universo-mondo si accende: lo smartphone. Così gli adolescenti e gli stessi educatori vengono proiettati in una realtà che per cinque sei o addirittura otto ore viene loro sistematicamente negata.
Il percorso in cui crescono le nuove generazioni è a dir poco tortuoso: in una prima fase il piccolo è al centro della vita familiare, tutte le attenzioni e le aspettative sono rivolte su di lui e non gli si nega nulla. Passato all'adolescenza, cominciano i divieti. Il bambino si sente disorientato poiché nel giro di un breve periodo cambiano i paradigmi con cui era cresciuto fino ad allora. Adesso deve fare i conti con ciò che realmente è. Questi divieti, dicevamo, vengono fortificati e amplificati nelle istituzioni scolastiche che, incuranti delle sollecitazioni esterne, continuano a perpetrare conoscenze obsolete e inutili.
Nella maggior parte dei casi il giovane percepisce queste negazioni come una ferita narcisistica e mentre nel secolo scorso canalizzava il proprio rancore verso la società, la criticava, la combatteva e cercava in tutti i modi di migliorarla, adesso vive il suo disagio interiormente. È naturale che in questo contesto il disagio possa sfociare in violenza contro se stesso o contro gli altri, l'unica ancora a cui aggrapparsi è la struttura morale di cui è naturalmente dotato.

Non è dunque necessario che la scuola imponga regole che mortificano le attese ideali dei giovani, ma deve proporsi come uno dei canali educativi e non il solo o l'esclusivo; essa ha il compito se non il dovere di fornire le linee guida, la bussola di cui parlavo la settimana scorsa in Blogico e gli strumenti critici per discernere la verità. Se noi educatori non lo facciamo, le verità post-fattuali prenderanno il sopravvento e tra qualche anno saremo qui a chiederci: «Come mai tutto questo è stato possibile?

Paolo Centonze



 

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