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14/01/2017 - 17:53:23

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PIANO SANITARIO REGIONALE E OSPEDALE CHIELLO. SI DICE OSPEDALE E SI LEGGE POLIAMBULATORIO?

Alcune perplessità sulla natura dell’ospedale di Piazza e sul suo futuro. Con quali risorse finanziarie e umane potrà essere rilanciato il Chiello?


Piano sanitario regionale e ospedale Chiello. Si dice ospedale e si legge poliambulatorio? Il sabato del Villaggio
Carmelo Nigrelli
 

Ricordate quello straordinario film con Robin Williams che in Italia si intitolò “L’attimo fuggente”? Il prof. John Keating (Robin Williams) aveva sconvolto i suoi ragazzi salendo con i piedi sulla cattedra con uno scopo didattico straordinario: «guardare le cose da angolazioni diverse» (potete vedere qui la scena https://www.youtube.com/watch?v=MC_eV3Me2gQ).

Quella magnifica scena mi è tornata in mente seguendo in questi giorni il dibattito su due importantissime questioni che riguardano la città di Piazza: la ricaduta del Piano sanitario regionale sulle sorti dell’ospedale Chiello e l’assorbimento della Casa di riposo nel comune.

In entrambi i casi, molto per pigrizia e un po’ per malafede, il dibattito è subito diventato monotonico o monotono. Nel primo caso, trasformato in un generalizzato peana (verso l’assessore Gucciardi, l’assessore Lantieri e quant’altri, a torto o a ragione, si attribuiscono meriti nel cosiddetto salvataggio della struttura. Nel secondo in una macumba indirizzata contro il presidente Crocetta. In entrambi i casi il metodo Keating sarebbe un utile esercizio per cercare di capire le reali conseguenze delle due scelte.
Vediamo oggi la questione dell’ospedale, invertendo la priorità che mi ero data la settimana scorsa quando mi ero ripromesso di approfondire la questione dell’Ipab che rinvio a una riflessione successiva. 
Tutti sembrano contenti e convinti che con il piano sanitario regionale, che dovrà ora passare al vaglio del parlamento, il Chiello, definito “ospedale di base” e scorporato dall’Umberto I di Enna, torna ad essere un ospedale come lo abbiamo conosciuto fino a una decina di anni fa. 
Io non sono un esperto di politiche sanitarie, ma qualcosa negli ultimi anni ho seguito. Per questo tutto l’entusiasmo che registro attorno a questa scelta mi sembra poco giustificato e le rivendicazioni del tipo “abbiamo salvato il Chiello” mi sembrano sopra le righe. Spiego perché.
Il Piano fa proprio in pieno i contenuti del decreto Balduzzi del 2012 con il quale si stabiliva che lo standard di 3,7 posti-letto per 1000 abitanti (comprensivi di 0,7 posto per riabilitazione/lungodegenza) veniva raggiunto attraverso un sistema piramidale per mezzo del quale garantire livelli di assistenza ospedaliera omogenei nel territorio nazionale. Per fare ciò veniva pensato un disegno organizzativo degli ospedali che prevede reti ospedaliere definite sulla base dei bacini di utenza. Le più piccole aree territoriali di 80.000-100.000 abitanti (ospedali con funzioni di base); aree di 150.000-300.000 abitanti (ospedali di 1 livello) e grandi aree di 600.000-1.200.0000 abitanti (ospedali di 2 livello con “alte” specialità). Per ogni tipo di ospedale vengono fissati: standard generali di qualità; standard minimi e massimi di struttura per singola disciplina; volumi di attività in rapporto al numero di posti letto, ecc..
Ma che cosa è un “ospedale di base per un bacino di utenza di 80-100.000 abitanti?” Dunque cosa potrà essere il Chiello? In altre parole, che attività  sanitarie dovrebbe trovare accoglienza in un simile ospedale? Secondo la legge nell’ospedale di base ci devono essere i reparti di medicina, chirurgia e ortopedia, più un quarto da definire. In più il Pronto soccorso con osservazione breve, anestesia e servizi di supporto in rete di guardia attiva e/o in regime di pronta disponibilità sulle 24 ore (Radiologia, Laboratorio analisi, Emoteca). Non c’è, per esempio, cardiologia.
Certamente possiamo dire che la lunga guerra dei cittadini e della signora Rosa Rovetto è riuscita a scongiurare la chiusura del pronto soccorso, ma cosa si potrà effettivamente fare nel Chiello? 
È mia impressione che se si incrocia l’articolazione in reparti con gli standard di qualità (per esempio con l’assenza della rianimazione) il Chiello sarà solo un ospedale per attività di day surgery (piccola chirurgia con degenza di un giorno) e  ambulatoriale. Operazioni chirurgiche più complesse verrebbero trasferite perché non si rispetterebbero gli standard assistenziali minimi. E verrebbero trasferite obbligatoriamente proprio per l’organizzazione piramidale dell’assistenza ospedaliera.
Una struttura di questo genere si può definire per “acuti” con una certa difficoltà.
Inoltre c’è il problema della cardiologia. È vero che la maggior parte di ricoveri nei pronto soccorso riguarda l’ortopedia e la traumatologia (da qui la presenza dei reparti di ortopedia negli ospedali di base), ma gli interventi in codice rosso riguardano in prevalenza pazienti affetti da malattie cardiologiche o vascolari che pare nel nostro territorio abbiano una incidenza significativa.
Se un cittadino è colpito da un infarto è meglio che vada al Chiello o che corra all’Umberto I di Enna? Vorrei che l’assessore Gucciardi ce lo dicesse …
E se invece il Chiello fosse rimasto all’interno dello schema degli ospedali riuniti, sarebbe stato possibile dividersi i reparti con l’Umberto I all’interno di una classificazione di ospedale di I livello?
E ancora. Con quali risorse finanziarie e umane potrà essere rilanciato il Chiello dal momento che alcuni dei medici e degli infermieri migliori sono stati trasferiti all’Umberto I e lì resteranno?
In altre parole la mia sensazione, usando il metodo Keating, è che estraendo il Chiello dal sistema degli ospedali riuniti se ne sia sancita la fine come ospedale vero e proprio e, inoltre, che ciò avvenga tra gli applausi dei capi destinati al macello.

Carmelo Nigrelli



 

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